Domenica, 25 Settembre 2022
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L'INDAGINE

Bancarotta fraudolenta, sequestro da 9,6 milioni e tre indagati a Taranto

Dopo il crac scatta il sequestro preventivo per un valore complessivo di 9,6 milioni di euro. Il provvedimento è stato adottato dai militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Taranto nei confronti di 3 soggetti indagati per l’ipotesi di reato di bancarotta fraudolenta aggravata.

Il corposo sequestro è stato disposto dal gip del Tribunale su richiesta della Procura ed è il punto di arrivo di una complessa attività investigativa svolta dalle Fiamme Gialle joniche tra il 2017 e il 2018 in merito al fallimento di una s.p.a. del settore della produzione e commercializzazione di porte e infissi. L’indagine trae origine dalla denuncia presentata nel settembre del 2017 da ex dipendenti della società, in qualità di creditori privilegiati, per il mancato rispetto degli obblighi assunti dalla stessa società nell’ambito del preesistente concordato preventivo. Le successive attività investigative si sono poi sviluppate attraverso l’assunzione di sommarie informazioni testimoniali, l’acquisizione di documentazione e l’esecuzione di indagini tecniche. Secondo l’ipotesi accusatoria, il fallimento sarebbe stato pilotato dagli indagati, con il fine di svuotare di ogni asset la società, attraverso mirate condotte distrattive e di proseguire l’attività di produzione e vendita di infissi attraverso un'altra s.r.l. Tali condotte illecite, sempre secondo gli investigatori, sarebbero state compiute a vantaggio degli stessi indagati ovvero in favore di altra società, comunque a loro riconducibile, ma formalmente intestata a “prestanome”.

All’esito delle indagini sarebbe emerso che la s.p.a. fallita, per il tramite dei legali rappresentanti pro tempore succedutisi alla sua guida dal 2012 sino alla data del fallimento, avrebbero rinunciato ad esigere crediti vantati nei confronti di una società controllata per un valore complessivo di oltre 8.750.000 euro. Tra le altre ipotesi distrattive contestate vi sarebbero compensi pari a circa 600.000 euro concessi dalla società fallita ai propri amministratori, pur in presenza di forti perdite d’esercizio, ovvero il diretto prelievo da parte degli indagati di somme pari a circa 250.000 euro, direttamente dalle casse della società senza alcuna giustificazione.

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